L’ossitocina non è il magico “elisir della fiducia”

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L’ossitocina, un ormone naturalmente presente nell’organismo con la funzione di neurotrasmettitore nel cervello e che ha un ruolo importante nello sviluppo del comportamento sociale sembra rendere le persone maggiormente fiduciose, ma, secondo una recente ricerca da poco pubblicata sulla rivista Psychological Science, non per questo le rende più credulone.
Elevati livelli di ossitocina sono stati associati, da precedenti studi, al fatto che si sviluppano migliori legami tra madre e figlio, allo sviluppo di una maggior fiducia e generosità nei confronti del prossimo.

Vaiolo delle scimmie in Africa

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30 anni fa veniva effettuato l’ultima vaccinazione contro il vaiolo, dopodichè la malattia, flagello di molte popolazioni nei secoli scorsi è stata ufficialmente dichiarata come scomparsa dal pianeta. Tuttavia l’aver cessato la vaccinazione contro il vaiolo ha permesso lo sviluppo di un nuovo disturbo, conosciuto come “vaiolo delle scimmie”.
Nuovi rapporti medici sostengono che questa malattia si è infatti sviluppata almeno 20 volte di più da quando sono terminate le vaccinazioni contro il vaiolo, come è stato osservato in particolare in una ricerca compiuta nella Repubblica democratica del Congo.

Sclerosi multipla intensifica il suo sviluppo durante le stagioni calde

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La gravità della sclerosi multipla può variare a seconda delle stagioni, suggerisce un nuovo studio di ricercatori statunitensi.
La sperimentazione, realizzata presso il Brigham and Women’s Hospital di Boston ha infatti dimostrato, grazie all’uso della risonanza magnetica, che vi sono più alti livelli di attività del disturbo durante i mesi primaverili ed estivi.
Anche se il motivo di ciò non è chiaro, secondo i ricercatori quanto osservato potrà essere utile in futuro per la sperimentazione dell’efficacia di nuovi farmaci, che potrebbero essere testati nella loro validità considerando anche questa variabile, finora non presa in considerazione.

Cannabis allevia i sintomi del dolore cronico

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Fumare la cannabis può contribuire a ridurre significativamente il dolore nei pazienti affetti da alcuni tipi di malattie croniche, come riporta BBCNews riferendosi ad una recente ricerca svolta in Canada presso la MCGill University di Montreal e di recente apparsa sulla rivista medica Canadian Medical Association Journal. Sebbene lo studio sia di dimensioni alquanto ridotte, perchè si è sperimentato l’effetto della cannabis solo su 23 pazienti affetti da dolore neuropatico cronico, i risultati sembrano aprire una nuova strada all’utilizzo del principio attivo della cannabis ad uso terapeutico.

L’olio di pesce non sempre è efficace fattore di prevenzione

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L’olio di pesce è stata a lungo pubblicizzato come uno dei rimedi naturali più utili per prevenire problemi cardiaci, ma una recente ricerca olandese ha in effetti verificato che per alcune persone questo fattore di prevenzione non è così utile come si pensava.
Lo studio ha infatti dimostrato sperimentalmente che coloro che hanno già subito un attacco di cuore, un ictus, un caso di insufficienza cardiaca o altri problemi cardiovascolari non riceve alcun aiuto dall’assunzione di 400 mg al giorno di acidi grassi provenienti dal pesce.

Scoperta una variante genetica che aumenta il rischio di emicrania

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Una particolare variante genetica nel cromosoma 8 sembra essere un indicatore di un maggior rischio di emicrania, secondo una nuova ricerca.
Da tempo la comunità scientifica pensa che una componente genetica potrebbe essere alla base della predisposizione all’emicrania, ma fino ad oggi la ricerca non era riuscita ad individuare i geni specifici che potevano giocare un ruolo in questo.
Lo studio è quindi uno dei primi ad aver individuato forse la specifica variante genetica che potrebbe esporre ad un rischio maggiore di emicrania, con maggior propensione all’ emicrania con aura, sostengono i ricercatori del Headache Genetics Consortium presso il Wellcome Trust Sanger Institute in Inghilterra.

Allattare al seno riduce il rischio di diabete di tipo 2

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Secondo uno studio di recente apparso sulla rivista medica American Journal of Medicine, anche solo un mese di allattamento al seno riduce il rischio nelle donne di sviluppare, più avanti nella vita, il diabete di tipo 2.
Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Pittsburgh, ha esaminato dati su 2.233 donne inserite all’interno del sistema sanitario californiano. Le donne, di età compresa tra 40 e 78 anni hanno compilato questionari riguardanti oil parto, la durata dell’allattamento al seno, ed eventuali diagnosi di diabete di tipo 2.
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