Scoperto il meccanismo che attiva gli spermatozoi

di Redazione

Ricercatori dell'Università della California a San Francisco hanno individuato il meccanismo grazie al quale lo spermatozoo inizia a nuotare quando si trova vicino all'uovo.

spermatozoi

Ricercatori dell’Università della California a San Francisco hanno individuato il meccanismo grazie al quale lo spermatozoo inizia a nuotare quando si trova vicino all’uovo. Meccanismo che, una volta studiato fino in fondo potrebbe portare allo sviluppo di nuovi sistemi contraccettivi nell’uomo oppure, al contrario, migliorare la capacità fecondativa degli spermatozoi accentuandone la vitalità.

Gli spermatozoi al momento dell’eiaculazione non nuotano, e, disponendo di risorse limitate, attendono di utilizzarle quando sono in prossimità dell’uovo.
Gli scienziati sono a conoscenza da tempo che l’attività e la vivacità degli spermatozoi è determinata dal pH contenuto al suo interno, soluzione che può essere più o meno acida o alcalina, ma fino ad oggi non era chiaro quale fosse il meccanismo che altera il pH facendo si che lo spermatozoo potesse attivarsi.

Gli scienziati californiani hanno osservato che per aumentare il pH e farlo diventare più alcalino lo spermatozoo deve disfarsi dei protoni, e lo fa utilizzando dei pori presenti sulla sua superficie.

La concentrazione di protoni all’interno della cellula spermatica è 1.000 volte superiore a quella esterna, quindi, una volta che si aprono i pori, questi fuoriescono spontaneamente, aumentando l’alcalinità dello spermatozoo e di conseguenza le sue capacità di movimento.

Secondo i ricercatori, questi pori, denominati canali HV1, rispondono ad una sostanza, anandamide – un endocannabinoide, una sostanza naturale che influisce e modula l’attività neuronale – che è presente nel tratto riproduttivo femminile, ed in elevati livelli proprio vicino all’uovo.

Se dunque era già evidente che lo sperma deve nuotare per trovare e fecondare l’uovo, oggi si sa anche quali sono i processi molecolari che permettono questa sua attività.

E conoscendo questo meccanismo sarà un tassello in più per poter sviluppare trattamenti volti a sopprimere, o accentuarne, la mobilità.

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