Sperimentazione del Metodo di Bella

di Vito Verna Commenta

La sperimentazione istituzionale del Metodo Di Bella sancì, a ridosso degli anni 2000, la sostanziale inefficacia del trattamento elaborato da Luigi Di Bella e ne sconfessò l'utilizzo presente e futuro.

Abbiamo già avuto modo di osservare come il Metodo di Bella o Multitrattamento di Bella (da qui in poi MDB) consista, essenzialmente, nella somministrazione di un cocktail di farmaci, ormoni e vitamine, le cui dosi sono stabile e settate su ogni singolo caso, ai pazienti malati di tumore nella speranza che guariscano.

Questa metodologia, da molti definita immediatamente come palliativa piuttosto che effettivamente curativa, ed elaborata dal luminare modenese Luigi di Bella a partire dagli anni ’80, arrivò sulla ribalta della scena italiana sul finire degli anni ’90 quando, con l’acuirsi delle pressioni dei pazienti di Di Bella per la classificazione della somatostatina quale medicinale oncologico, le istituzioni non poterono più soprassedere sulla questione e, dunque, di concerto con lo stesso DI Bella, avviarono la sperimentazione clinica che, però, giunse soltanto sino alla Fase II dei trials clinici giacché non si riscontrano sufficienti evidenze che giustificassero l’eventuale prosieguo degli studi.

LA SPERIMENTAZIONE DI LUIGI DI BELLA


Prima di procedere, però, alla vera e propria sperimentazione clinica, le istituzioni vollero vederci chiaro e chiesero a Luigi Di Bella di fornire le prove, quali test, cartelle cliniche dei pazienti avuti in cura, brani di letteratura sull’argomento, che avvalorassero la tesi, sostenuta con moltissimo vigore, che il MDB non solo fosse estremamente efficace ma che avesse già guarito circa 10.000 persone e che potesse, con le opportune modifiche del caso, aiutare a guarire anche i pazienti malati di Alzheimer e sclerosi multipla.

Questa richiesta, inoltrata al Di Bella parecchi anni prima della sperimentazione istituzionale, venne evasa soltanto nel giugno del 1988, in concomitanza con la conclusione dei trials clinici di Fase II (che sarebbero terminati il 31 del mese successivo), e non diede affatto i risultati sperati.

Dall’analisi delle cartelle cliniche rinvenute negli archivi del Di Bella, correlabili alla presa in carico di circa 3076 pazienti affetti da cancro in fase avanzata (ma non terminale), non emerse, infatti, alcuna prova a sostegno della validità delle affermazioni del medico emiliano.

Dalla relazione della commissione di oncologi incaricati dal Ministero della Salute di valutare i risultati delle numerosissime, e spesso incomplete, cartelle cliniche in questione, emersero i seguenti dati:

– il 50% dei pazienti risultò non essere affetto da una qualche forma di tumore maligno

– il 30% dei pazienti risultò irrintracciabile e, dunque, non se ne poterono stabilire le curve di sopravvivenza

– il 20% dei pazienti risultò rintracciabile e, dunque, se ne poterono stabilire le curve di sopravvivenza

Si scoprì, così, che soltanto 605 pazienti, rispetto ai 3076 rivenuti grazie all’analisi delle cartelle cliniche, furono trattati con il MDB e poterono essere rintracciati per la valutazione dell’efficacia del suddetto trattamento.

Anche in questo caso, però, è bene fare dei distinguo. Dalla più approfondita analisi di questi 605 casi, infatti, emerse come soltanto  dell’8% di essi si fosse sicuri, oltre ogni ragionevole dubbio, che fossero stati sottoposti al MDB in seguito ad una diagnosi di tumore maligno.

Si scoprì, infine, come soltanto 4 dei 248 pazienti in questione vennero trattati soltanto col MDB (i restanti 244, infatti, vennero precedentemente trattati anche con altri metodi tradizionali) e che soltanto uno di essi risultò essere vivo a due anni dalla conclusione del MDB.

LA SPERIMENTAZIONE ISTITUZIONALE

Nonostante si fosse già intuito come il MDB fosse inefficace, sebbene non si potessero prevedere simili sconcertanti risultati, l’allora ministro della Salute Rosy Bindi, più per la pressione sociale subita che per serietà scientifica, ordinò, nel gennaio del 1998, l’avvio della sperimentazione clinica (3 marzo 1998 – 31 luglio 1998 e con successive fasi di osservazione) che arrivò a coinvolgere circa circa 600 pazienti, 386 dei quali mai precedentemente trattati con nessuna metodologia classica o alternativa anti-neoplastica, suddivisi per protocolli (11 in totale) a seconda della patologia diagnosticata.

È sicuramente interessante notare come, al 31 ottobre 1998, dei 386 pazienti correlabili esclusivamente al MDB:

– il 53% risultasse deceduto

– il 33% avesse subito un peggioramento

– il 6% non fosse più rintracciabile

– il 3% fosse stazionario

– l’1% avesse registrato uno risposta parziale

– lo 0% avesse registrato una risposta completa

Questi dati così scioccanti, purtroppo, riescono a peggiorare se confrontanti con quelli rilevati all’interno dei singoli protocolli o delle successive osservazioni.

Se così si dovesse fare, infatti, si scoprirebbe che tutti i pazienti appartenenti al Protocollo 9 (affetti da glioblastoma cerebrale già trattati con chirurgia e e radioterapia)  risultassero deceduti al 31 ottobre 1998 o che i circa 237 pazienti ancora sopravvissuti al maggio del 1999 avessero collezionato, complessivamente, circa 385 eventi avversi ma nessun tipo di giovamento.

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