Il caffè non protegge dalla demenza senile

di Luca Bruno Commenta

Secondo una ricerca approfondita, il caffè non fornisce alcuna protezione allo sviluppo della demenza senile ed al declino delle facoltà mentali.

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Il caffè è una di quelle sostanze che alternativamente sono considerate toccasana oppure nocive, e sulla quale le ricerche continuano a dare pareri discordanti.
Per esempio un recente studio condotto da un’equipe medica finlandese dell’Università di Helsinki, e pubblicato recentemente su American Journal of Clinical Nutrition, ha rivelato che, secondo una ricerca approfondita, il caffè non fornisce alcuna protezione allo sviluppo della demenza senile ed al declino delle facoltà mentali.

E’ opinione comune che una tazza di caffè ci aiuti, nel breve periodo, a mantenere attiva la nostra attenzione e le nostre facoltà cognitive, quello che però hanno riscontrato i ricercatori finlandesi, è che, alla lunga, il caffè non sembra avere alcun effetto protettivo sulle funzioni cerebrali.

La ricerca è partita esaminando i dati provenienti da un vasto campione di persone di età media di 50 anni, di cui venivano raccolte informazioni sull’abitudine di bere il caffè, insieme ad altri dati significativi come le attività sociali di studio e lavorative, la condizione sanitaria e quella demografica.

Statisticamente il 75% degli uomini e l’83% delle donne bevevano più di 3 tazze di caffè al giorno, mentre solo il 4% di uomini e di circa l’1% di donne risultavano non consumare caffè.

Durante il follow-up, condotto quando il gruppo di pazienti aveva una media di età di 74 anni, una serie di interviste telefoniche su 2606 partecipanti allo studio, di cui quasi la metà donne (48%), ha rivelato che ogni anno trascorso ha segnato un punto in più nel declino delle facoltà mentali, senza che il consumo di caffè tra i partecipanti influisse minimamente su questa progressione.

I ricercatori però hanno evidenziato come altri fattori sono invece molto significativi nella progressione della demenza senile, in particolare il diabete, le malattie cardiache e una certa visione pessimista nei confronti della propria vita.

Fonte ReutersHeath

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