Ridurre l’apporto di sale, un obiettivo importante per la salute generale

di Luca Bruno Commenta

Una riduzione dell'apporto di sale nei cibi è un provvedimento da prendere per migliorare la salute della popolazione in generale e ridurre drasticamente i costi della salute.

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Soprattutto nei paesi anglosassoni, ma oggi anche nell’Europa mediterranea, il sale è uno dei fattori di rischio maggiore per i problemi di salute legati al buon funzionamento dell’apparato arterioso. Una riduzione dell’apporto di sale nei cibi, soprattutto in quelli confezionati o consumati nei ristoranti e nei fast food è un obiettivo imprescindibile per migliorare la salute generale della popolazione, ridurre uno dei fattori di rischio più importanti di malattie cardiovascolari, e dimezzare i costi della sanità.

Il governo americano sta in questi giorni prendendo in considerazione l’ipotesi di adoperarsi per attuare una riduzione del sale nei cibi, nella convinzione che anche solo una riduzione del 10% potrebbe non solo salvare migliaia di vite ma anche abbassare drasticamente i costi che lo stato deve sostenere per assistenza e cure mediche.

Ridurre il sale vuol dire abbassare la pressione sanguigna, un fattore chiave per prevenire ictus ed infarti.

Secondo un recente studio, pubblicato su Annals of Internal Medicine, anche una riduzione ridotta, che potrebbe addirittura non essere sensibilmente percepita dal singolo consumatore, avrebbe ottimi risultati se valutata sulla popolazione in generale.

I ricercatori hanno provato a simulare, con l’utilizzo di un computer, due possibili scenari, per i quali si immagina due diverse modalità di intervento delle istituzioni sanitarie e governative per ridurre l’apporto di sale nei cibi. Il tutto per stimare quante vite verrebbero salvate e quanti soldi risparmierebbero le autorità pubbliche.

Nel primo scenario si immagina che il governo collabori con le industrie alimentari per ridurre del 9,5% il consumo globale di sale nella popolazione, mentre il secondo scenario prevede che il governo applichi una tassa sul sale in modo tale da provocare un aumento del suo costo medio di circa il 40%, il che avrebbe come conseguenza una riduzione del suo utilizzo in fase di produzione ed una riduzione nei consumi di circa il 6%.

Secondo l’elaborazione del computer, negli Stati Uniti una riduzione del 9,5%di sale negli alimenti ridurrebbe di più di 500.000 unità il numero degli ictus, e di poco meno il numero degli infarti su una popolazione di età media compresa tra i 40 ed i 65 anni; tale riduzione avrebbe inoltre come risultato quello di migliorare la qualità della vita di più di 2 milioni di persone, oltre a rappresentare un risparmio, per le casse dello stato, di ben 32,1 miliardi di dollari.

Anche il secondo scenario offrirebbe un panorama positivo: la tassazione sul sale, e la conseguente riduzione del consumo di almeno il 6% eviterebbe circa 327.000 ictus e più di 300.000 attacchi di cuore, con un risparmio di 22,4 miliardi di dollari ed un aumento della qualità della vita media per circa 1,3 milioni di persone.

Il primo dei due scenari è dunque quello che presenta i risultati migliori, e potrebbe essere quindi quello seguito dalle autorità sanitarie per ridurre nella popolazione l’uso del sale.

Un provvedimento che, sostengono i ricercatori, per essere efficace dovrebbe essere attuato attraverso una riduzione sensibile ma progressiva, ed in tempi dilatati, in modo da permettere alla popolazione in generale di adattarsi, senza nemmeno percepirlo, al nuovo gusto dei cibi.

Una riduzione drastica ed improvvisa infatti potrebbe risultare non gradita e quindi più difficilmente accettata dalla popolazione.

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