Una mente attiva ritarda l’insorgere della demenza senile

di Luca Bruno Commenta

Un nuovo studio condotto su anziani abitanti del Bronx, un quartiere di New York, ha rilevato che un cervello attivo tiene lontani i sintomi della demenza senile.

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Un nuovo studio condotto su anziani abitanti del Bronx, un quartiere di New York, ha rilevato che un cervello attivo tiene lontani i sintomi della demenza senile.
I ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine di New York, hanno evidenziato nella loro ricerca, pubblicata su Neurology, che ogni giorno in una settimana che una persona dedica ad attività stimolanti per la mente ritarda l’insorgere di fenomeni di demenza di circa due mesi.
Se si era già precedentemente dimostrato che le persone con livelli di istruzione più elevati ritardavano i segni della demenza, con questo studio si è infine appurato che, più che l’istruzione di per se, è l’attività cognitiva che influisce su questo meccanismo.

L’equipe medica ha esaminato 101 persone con i sintomi della demenza che facevano parte di un precedente studio, il Bronx Aging Study, che aveva seguito circa 488 persone a partire dagli anni ’80.

Tutti i partecipanti, di un intervallo di età compreso tra 75 ed 85 anni, hanno compilato questionari nei quali evidenziavano gli anni di istruzione scolastica, quanto spesso leggevano, giocavano a carte o a giochi di società, risolvevano cruciverba partecipavano a discussioni di gruppo o suonavano. Per ogni giorno in cui veniva svolta una di queste attività veniva assegnato un punto.

I partecipanti erano poi sottoposti ogni 12 e 18 mesi a test cognitivi.

I ricercatori hanno dunque rilevato che più alto è il punteggio di attività quotidiane in cui la persona è coinvolta, tanto più ritarda il declino mentale.

Ad esempio, una persona piazzata nei primi 25 posti per punteggio, impegnata in media in 11 attività, di quelle raccolte nei questionari, alla settimana, ha iniziato avuto problemi di demenza 1,29 anni più tardi rispetto a chi svolgeva solo quattro attività alla settimana.

Tuttavia, una volta che inizia il declino, ciò avviene più velocemente proprio per coloro che avevano il punteggio più alto per numero di attività svolte.

I risultati rafforzano l’idea, già nota, della “riserva cognitiva”: una teoria che ritiene che istruzione ed esercizio delle attività mentali consentano al cervello di costituire capacità supplementari le quali permettono di poter meglio gestire i danni causati ai neuroni dal Morbo di Alzheimer.

Una volta che il danno raggiunge un certo punto però, in ogni caso la persona svilupperà la demenza.

Dunque essere mentalmente più attive potrebbe contribuire a ritardare l’insorgere dei meccanismi della demenza senile, ma non serve a prevenirli, la malattia infatti, raggiunto un certo stadio, travolge qualunque “riserva” il cervello possa aver costruito.

Il passaggio successivo per i ricercatori consisterà nell’individuare tra le attività quella che ha maggior peso in questa capacità di ritardare la demenza.

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