Demenza senile più alta negli anziani ospedalizzati

di Luca Bruno Commenta

Gli anziani ricoverati in ospedale hanno un alto rischio di riscontrare un declino cognitivo e di sviluppare demenza senile. Lo sostiene uno studio pubblicato di recente su Journal of the American Medical Association. La ricerca ha preso in considerazione un campione di 2.929 persone tutte superiori ai 65 anni di età, che dal 1994 al 2007 sono stati ricoverati in ospedale.
Tutti i partecipanti, al momento della ricerca, non presentavano segni né sintomi di demenza senile.
In un follow-up medio di 6 anni, 1287 di questi sono stati ricoverati in ospedale per una malattia non grave, 41 per patologie serie mentre il restante gruppo non è stato ospedalizzato.

La ricerca ha appurato che tra quelli ricoverati in ospedale per uno o più malattie non gravi ci sono stati 228 casi di demenza senile, mentre nel gruppo dei ricoverati per gravi problemi si salute la demenza senile si è riscontrata in 5 casi. Anche nel gruppo dei non ospedalizzati si sono avuti casi di demenza, nella cifra di 146 unità.

Dopo aver aggiustato gli eventuali altri fattori, i ricercatori hanno riscontrato che il rischio di sviluppare la demenza senile nelle persone ospedalizzate è il 40% più alto che in coloro che non vengono ricoverati.

Secondo i ricercatori tale dato potrebbe essere analogo anche nelle persone ricoverate per mali gravi, ma lo scarso numero di pazienti valutato non può offrire dati validabili.

Il meccanismo per cui quest’associazione tra ricovero ospedaliero e demenza senile accade non viene spiegato dai ricercatori della University of Washington a Seattle che hanno condotto la ricerca.

Se, suggeriscono, per qualcuno il nesso potrebbe essere del tutto casuale, possibili meccanismi che entrano in gioco possono però essere l’ipossiemia (una presenza ridotta di ossigeno nel sangue arterioso), la bassa pressione sanguigna, alterazioni nei livelli di glucosio, e l’utilizzo di farmaci, analgesici o sedativi.

Sono necessari ulteriori studi, concludono i medici, per valutare quali sono i possibili fattori di rischio che entrano in gioco e che possono spiegare l’evidenza di questa associazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>