E’ possibile migliorare le facoltà cognitive nella sindrome di Down?

di Redazione

Una nuova ricerca fornisce le basi perchè in futuro si possano attivare cure mediche per il deficit cognitivo associato alla sindrome di Down.

topo1

Una nuova ricerca fornisce le basi perchè in futuro si possano attivare cure mediche per il deficit cognitivo associato alla sindrome di Down.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine, è stata realizzata su topi da laboratorio modificati geneticamente in modo da presentare una condizione analoga a quella della sindrome di Down. Gli scienziati hanno appurato che i topi analizzati riescono ad utilizzare il loro cervello e le funzioni cognitive in maniera più efficace quando si potenzia la norepinefrina, un neurotrasmettitore che ha un ruolo importante nella comunicazione tra le cellule cerebrali.

Lo studio ha scoperto che i topi cui veniva aumentata grazie a farmaci questo neurotrasmettitore risultavano migliorare notevolmente nei test cognitivi cui venivano sottoposti: erano in grado, per esempio, posti in un ambiente che non gli era famigliare, di costruire nuovi nidi, cosa che normalmente invece non sarebbero stati in grado di fare.

Le cellule presenti in una zona del cervello degli animali, l’ippocampo, risultavano infatti manchevoli del neurotrasmettitore, un problema che secondo i ricercatori sembra essere dovuto al deterioramento di una zona del cervello, denominata locus ceruleus, la cui funzione è proprio quella di attivare il rilascio di norepinefrina o noradrenalina.

Sembra che la copia del cromosoma in più presente nelle persone con sindrome di Down contenga infatti un gene specifico, denominato APP, il quale crea problemi nel locus ceruleus impedendo i rilascio dei neurotrasmettitori.

Se si interviene precocemente, secondo gli autori dello studio, si potrà in futuro migliorare le capacità cognitive dei bambini con sindrome di Down, anche se per ora i risultati positivi ottenuti, è bene ricordarlo, sono stati efficaci su animali da laboratorio e non sull’uomo, il che significa che ancora molta strada dovrà essere percorsa prima che la sperimentazione possa provare la stessa efficacia anche sull’uomo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>