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Il colesterolo “buono” non salva dall’infarto

 
Vito Verna
18 maggio 2012
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Il colesterolo "buono" non salva dall'infarto

Vi sarebbe oggi, purtroppo per quanti avrebbero sempre creduto vera una tale occorrenza scientifica, da sfatare un vero e proprio mito, una vera e propria credenza medica ormai da tempo radicata nei consigli dei più esperti dietologi, nutrizionisti e cardiologi di fama nazionale ed internazionale.

COLESTEROLO

Il colesterolo HDL, ovverosia il cosiddetto colesterolo “buono” che, ripulendo le arterie dai negativi accumuli di colesterolo LDL, ovverosia il cosiddetto colesterolo “cattivo”, contribuirebbe a prevenire, specialmente nei soggetti predisposti, il rischio di infarto del miocardo, in realtà non rivestirebbe affatto questo ruolo e, per quanto, naturalmente, sia decisamente preferibile avere nel proprio circolo sanguigno alti livelli di colesterolo HDL piuttosto che alti livelli di colesterolo LDL, codesta positiva evenienza non potrebbe in realtà farci godere dall’auspicata riduzione del rischio dell’avverso evento cardiaco oggi alla nostra attenzione.

ARTERIOSCLEROSI

A dimostrarlo, grazie all’attenta valutazione clinica dello stato di salute di oltre 120.000 volontari provenienti da tutto il mondo, un team di ricercatori internazionali, guidati dai cardiologi e dai genetisti del Massachusetts General Hospital di Boston e del Dipartimento di Genetica dell’Università della Pennsylvania, tra cui i medici della Fondazione Policlinico di Milano, dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Parma e dell’Università di Verona.

COLESTEROLO E PRESSIONE ALTA

Gli esperti coinvolti in questo ambiziosissimo programma di ricerca, in particolar modo, avrebbero individuato e confrontato, nei su indicati 120.000 volontari:

- i livelli di colesterolo LDL

- i livelli di colesterolo HDL

- le varianti genetiche responsabili della maggior produzione di colesterolo LDL

- le varianti genetiche responsabili della maggior produzione di colesterolo HDL

- il rischio di infarto del miocardio (predisposizione genetica ed ereditaria, obesità, fumo ed altri fattori fondamentali).

Questa imponentissima mole di dati, una volta accuratamente analizzata e, dunque, correttamente interpretata e decifrata, sarebbe stata messa in relazione agli eventi cardiaci avversi effettivamente occorsi alle numerose persone volontariamente partecipanti alla complessa sperimentazione di cui sopra lasciando chiaramente emergere come alti livelli di colesterolo HDL non aiutino minimamente, specialmente nel caso in cui si registri la presenza, nell’individuo, di ulteriori fattori avversi, a ridurre il rischio di infarto del miocardio.

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